C’è un po di storia italiana nella storia dell USS Constitution

C’è un po di storia italiana nella storia dell USS Constitution

La storia della fregata americana si interseca con le vicende dei moti risorgimentali Italiani

Piano velico della USS Constitution

La Uss “Constitution”è sicuramente una delle navi più conosciute al mondo, naturalmente per la sua storia ,ma sopratutto  perché è la nave più antica ad essere tuttora navigante.

combattimento tra Constitution e Guerriere, la nave entra nel mito!

La sua storia ha ispirato saghe e miti, non ultimo quello della sua invincibilità: viene affettuosamente chiamata con il suo ormai famoso soprannome “ old Ironside” ( vecchia Fianchi di ferro) perché nel combattimento con HMS “Guerriere” (19 /8/1812), le palle da 18 libbre sparate dagli inglesi rimbalzavano sui suoi fianchi di quercia della Virginia, un legno con una densità maggiore della quercia europea utilizzata dagli inglesi. Ma non si deve solo a questo miglior materiale, la maggior robustezza e la maggior resistenza dei fianchi della nave , queste navi ( furono commissionate dal Congresso con il naval act del 1794 6 fregate) erano state pensate e progettate in grande da Joshua Humpreys, che le volle più grandi di tutte le navi dello stesso tipo del tempo, inoltre irrobustì l’ossatura  utilizzando uno spessore maggiore del legno di quercia e distanziando le ordinate di soli 10 cm contro i 20 – 25 cm delle altre navi del tempo.

La guerra ai pirati barbareschi

La Constitution venne costruita nel cantiere navale di Edmund Hart a Boston, Massachusetts con assi di quercia virginiana spesse fino a 178 mm. Fu varata il 21 ottobre 1797 ed entrò in servizio il 22 luglio 1798. Il suo primo servizio fu il pattugliamento delle coste sudorientali degli Stati Uniti durante la guerra non dichiarata con la Francia del 1798-1800.

Nel 1802 venne designata come nave ammiraglia dello squadrone del  Mediterraneo  ( formato dalle seguenti unità: USS Argus, USS Chesapeake, USS Constellation, USS Constitution, USS Enterprise, USS Intrepid, USS Philadelphia e USS Syren ) al comando del capitano Edward Preble e servì nel corso della prima guerra barbaresca contro gli Stati barbareschi del Nordafrica che chiedevano il pagamento di tributi dagli Stati Uniti, in cambio del permesso dell’accesso delle navi mercantili ai porti mediterranei. Preble iniziò una campagna aggressiva contro Tripoli bloccando i porti e bombardando fortificazioni. Infine Tripoli, Tunisia e Algeria accettarono di firmare un trattato di pace.

La sosta nel porto di LIVORNO

In questo periodo la nave sostò per qualche giorno nel porto di Livorno, allora la città faceva parte del “Granducato di Toscana”, da dove ripartì il 12 luglio 1802.

Leggendo queste appunti sulla storia della Uss Constitution mi sono venute in mente le campagne fatte da Angelo Emo, Ammiraglio Veneziano che con la sua nave ( fregata Grossa ” FAMA”) ed una flotta di navi della “Serenissima” , vent’anni prima pose l’assedio a vari porti del nord Africa bombardando Sfax, Tunisi e Biserta. Anche allora le navi di Angelo Emo utilizzavano alcuni porti del Tirreno come Malta, Palermo,  Cagliari e Livorno per rifornire la flotta o raddobbare le navi che si usuravano stando in mare per bloccare  i porti delle “reggenze” del nord Africa.

La guerra con i barbareschi fu dura anche per gli Stati Uniti, che persero una grossa fregata, la USS “Philadelphia” ( gemella della Constitution) finita sui bassi fondali davanti a Tripoli, ed un’altra unità minore. La guerra finì nel 1805 con la presa, via terra della città di Derna. La Constitution pattugliò la costa del Nordafrica per due anni dopo il termine della guerra, per far rispettare i termini del trattato. Ritornò a Boston nel 1807 per un ciclo di lavori che durarono 2 anni.

E’ durante la guerra con la Gran Bretagna del 1812 che la nave riporta vittorie clamorose contro gli inglesi negli scontri contro la Guerriere, già citato, contro la “Java” e la cattura di 8 navi nemiche. Le vittorie della Constitution furono di grande sostegno al morale americano. Nel 1815, alla fine delle ostilità, la nave affrontò un ciclo di lavori che durò sei anni, quindi ritornò in servizio come nave ammiraglia dello squadrone del Mediterraneo. Ritornò in porto a Boston nel 1828.

A questo punto la nave aveva trent’anni, quindi l’ammiragliato nel 1830 la giudicò non più in grado di navigare. A questa notizia si sollevò la pubblica opinione che fece pressioni sul Congresso che decise di restaurare completamente la nave.

Nel 1835 alla fine dei lavori, fu destinata come ammiraglia della flotta del mediterraneo e nel 1844 fece un viaggio interno al mondo che durò 30 mesi.

Il 1848

La primavera dei popoli, conosciuta anche come rivoluzione del 1848 o moti del 1848 fu un’ondata di moti rivoluzionari contro i regimi assolutisti, eredi dei moti del 1820-21 e del 1830-31, che sconvolsero l’Europa, nel 1848-49 (solo la Gran Bretagna vittoriana,  e per altri motivi  la Russia, furono esentate dai disordini.

Scopo dei moti fu abbattere i governi della Restaurazione per sostituirli con governi liberali. Il loro impatto storico fu così profondo e violento che nel linguaggio corrente è entrata in uso l’espressione «fare un quarantotto» per sottintendere una improvvisa confusione, o scompiglio.

La prima agitazione europea del 1848 si verificò in Sicilia: la rivoluzione siciliana che esplose il 12 gennaio di quell’anno, che rappresentò la prima miccia dell’esplosione europea. L’insurrezione siciliana, infatti, spinse in un primo momento i Borbone a concedere il ritorno nell’Isola alla costituzione del 1812. Seguì una rivoluzione a Napoli, il 27, che costrinse, due giorni dopo, Ferdinando II a promettere una Costituzione, promulgata l’11 febbraio.

Lo stesso 11 febbraio Leopoldo II di Toscana, cugino primo dell’imperatore Ferdinando I d’Austria, concesse la Costituzione, nella generale approvazione dei suoi sudditi. L’esempio borbonico fu seguito da Carlo Alberto di Savoia (Statuto albertino) e da Papa Pio IX (Statuto fondamentale). Solo il re piemontese mantenne però lo statuto.

In Sicilia il parlamento siciliano proclamò in marzo l’indipendenza e la nascita del regno di Sicilia, che sarebbe durato fino al maggio 1849. Nel napoletano la concessione e la successiva repressione delle libertà costituzionali, portò dal maggio al settembre di quell’anno a una serie di moti.

In tutto il Regno Lombardo-Veneto scoppiarono rivolte, come le Cinque giornate di Milano che costituirono l’inizio della prima guerra di indipendenza. Nello Stato Pontificio una rivolta interna estromise papa Pio IX dai suoi poteri temporali e portò alla costituzione della Repubblica Romana.

La  fine della prima guerra d’indipendenza, con la ” fatal Novara” ,l’abdicazione di Carlo Alberto e l’armistizio di Vignale, (24/03/1849) portarono ad una nuova fase repressiva per ripristinare la situazione degli interessi austriaci in Italia.

Di nuovo a Livorno nel 1949

Per la Toscana furono giorni di gravi disordini e turbamenti che avvennero specialmente, oltre che a Firenze, a Livorno, dove si inneggiò alla repubblica anche sulla spinta dei discorsi pronunciati da Angelo Brunetti, detto Ciceruacchio, inviato in città da Roma. La popolazione protestò particolarmente contro il governo di Torino, accusato di inerzia e tradimento, bruciando lo stemma posto sull’edificio del consolato.(2)

Il porto di Livorno,  era ancora uno dei più importanti del Mediterraneo, aveva avuto una leggera flessione del traffico mercantile a partire dal 1847 a motivo della guerra tra Austria e Piemonte e dei rivolgimenti avvenuti in città.

Lievi riduzioni si ebbero ancora nel primo semestre del 1849 con la scomparsa tra le bandiere presenti di quelle austriaca e napoletana. Va tenuto presente che nel biennio in questione la navigazione mercantile a vapore delle nazioni mediterranee belligeranti, Austria, Regno delle Due Sicilie e Regno di Sardegna, era diminuita drasticamente anche per il fatto che molti vapori erano stati requisiti per rimorchiare, come abbiamo visto, le navi da guerra a vela in condizioni di calma di vento o per posizionarle più velocemente durante l’assunzione delle formazioni di combattimento.

Anche la presenza di navi da guerra straniere era frequente nel porto di Livorno. Per citare un esempio in un solo mese, dal 2 settembre al 6 ottobre 1848, erano arrivate a Livorno, 8 navi da guerra francesi, 6 inglesi, 2 statunitensi, una sarda ed una siciliana.2 I cambiamenti in atto in Toscana erano dovuti non solo a questioni economiche, commerciali ed industriali.

Oltre alle idee di Mazzini e di Gioberti, si erano infatti diffuse anche quelle illuministe, socialiste e comuniste che avevano preso piede in alcune zone, ma soprattutto a Livorno, ispirate dalle letture di Francois Babeuf e Filippo Buonarroti. A tutto ciò vanno aggiunte le aspettative che si erano create a seguito dell’adozione anche nel Granducato di provvedimenti liberali, come quelli già introdotti a Roma da Pio IX fino dal momento della sua elezione al papato. In Toscana erano richieste in particolare nuove commissioni per la determinazione di franchigie a favore dei comuni, la costituzione di una guardia civica ed un più esteso utilizzo della Consulta di stato.

HMS ” Bulldog” in un dipinto dell’epoca

il 18 febbraio, il Granduca per fuggire da Porto Santo Stefano a Gaeta e poi a Napoli, ospite del cugino e cognato Ferdinando II, si rivolse agli inglesi che gli misero a disposizione  HMS  “Bulldog”.

Il 18 aprile 1849, il gonfaloniere Luigi Fabbri lasciò Livorno recandosi a Viareggio  anche lui a bordo  della nave da guerra inglese “Bulldog”.

A seguito della fuga del gonfaloniere Fabbri i consoli stranieri accreditati in città si preoccuparono della piega presa dagli avvenimenti e convocarono a terra i comandanti delle navi da guerra già presenti in rada. Insieme si recarono al palazzo del Comune per protestare per la mancanza di una autorità costituita e minacciarono, in caso di disordini che avessero coinvolto loro cittadini o beni di questi ultimi, di fare scendere dalle navi contingenti militari per ristabilire l’ordine. Andarono quindi alla Camera di Commercio dove ripeterono la loro protesta per lo stato di anarchia in corso.(2)

Dopo la fuga di Leopoldo II a Gaeta,  la nuova assemblea elettiva di Firenze, inaugurata il 25 marzo, proclamò, il 27 marzo, Guerrazzi dittatore. Tuttavia il Municipio di Firenze si oppose al nuovo governo e avviò una contro-rivoluzione per la restaurazione del granduca, che vinse con l’appoggio dell’esercito e della guardia nazionale.

I livornesi, che nel frattempo avevano costituito un governo della città presieduto da Giovanni Guarducci, non accettarono la decisione della restaurazione e il 18 aprile dichiarano il tradimento del comune di Firenze, proclamando la resistenza.

A partire dal 24 aprile, mentre a Civitavecchia stava arrivando la squadra francese con gli uomini del generale Oudinot e quella spagnola si apprestava a sbarcare un contingente a Terracina per riportare con le buone o con le cattive il Papa a Roma, a Livorno iniziò l’arrivo di numerose navi da guerra straniere. La situazione in atto in città preoccupava molto la Commissione provvisoria di governo, costituita a Firenze per iniziativa del Municipio, che il giorno 12 aprile aveva proclamato la restaurazione della monarchia costituzionale. Si discuteva sul da farsi, ma senza trovare una soluzione idonea. Da molte parti, soprattutto dalle campagne, si chiedeva un intervento contro i livornesi ribelli. La commissione governativa di Firenze non volle però prendere una decisione immediata e il 1° maggio convocò una consulta di persone qualificate della quale facevano parte, oltre a componenti del governo e militari, anche alcuni negozianti livornesi fuoriusciti e Fabbri che da poco aveva lasciato Livorno. Ricasoli, che faceva parte della Commissione insieme ad altre tredici persone tra le quali alcuni ex ministri di Leopoldo II, invitò ad una discussione aperta e chiese il parere dei convenuti. L’incaricato per gli affari esteri dichiarò di avere ricevuto dal ministro della Repubblica francese assicurazione che qualora il governo toscano avesse voluto “investire” Livorno, con operazioni offensive, le navi francesi avevano ordine di assecondare le operazioni, ma non avrebbero sbarcato militari armati. Il 27 di aprile, la nave francese Magellan, respinse un contingente di 350 volontari lombardi imbarcati sul vapore Larnoet diretti in città e li riportò, usando la forza, alla Spezia.(2)

la rivolta di Livorno

A Livorno si protestò. La gente si domandava perché a Roma si tollerasse l’arrivo di volontari e a Livorno no. Qualcuno, come lo stesso Fabbri, propose l’intervento di truppe straniere che operassero con vigore, ma questa soluzione non convinse la maggior parte della Commissione governativa la quale sperava che l’intervento potesse essere effettuato “senza fatica” piuttosto da truppe piemontesi. La maggior parte auspicava un ritorno rapido del Granduca che se avesse trovato una onorevole soluzione avrebbe chiuso lo spinoso problema. Alla fine fu deciso comunque di sollecitare l’intervento piemontese.

Alla fine di aprile, consenziente il Granduca Leopoldo II, il generale austriaco Costantino d’Aspre ricevette l’ordine di ridurre alla ragione la città di Livorno, mentre a Pisa erano entrate truppe “granduchiste” che avevano circondato e disarmato alcune bande livornesi che si erano spinte fino a Caprona.(2)

Il generale d’Aspre, partito il 26 aprile dai confini estensi, attraversata la Garfagnana, dirigeva verso Livorno. Il 3 maggio era a Massa, il 5 a Lucca il 6 a Pisa. Con il suo secondo corpo d’armata, articolato su due divisioni e quattro brigate, doveva attaccare Livorno, aveva l’ordine di liberala dai ribelli. La marcia dei suoi soldati fu spedita. Egli contava di portare a buon fine in breve tempo il compito assegnatogli. Disponeva infatti di truppe efficienti e ben addestrate al combattimento dopo le battaglie sostenute in Lombardia. Era un esercito multietnico di veterani del quale facevano parte austriaci, croati, tirolesi, ungheresi. Qualcuno parlava italiano, magari in modo stentato.(2)

Il mare era controllato da una forza multinazionale senza un comando unificato e neppure un coordinamento locale. Nei primi giorni di maggio erano arrivate mano a mano in porto la fregata Thetis e il vapore da guerra Porcupine della Royal Navy che erano di casa in quanto avevano altre volte sostato nel porto labronico anche dopo aver portato a Gaeta il Granduca il 22 febbraio. A queste due navi si aggiunse il Bellerophon, un vascello anch’esso di bandiera inglese, quindi le fregate francesi Magellan e Tonnerre e il vapore da guerra, anch’esso francese, La Mouette, la fregata americana Constitution, proveniente da la Spezia, e lo sloop della stessa bandiera Princeton, che si era distinto a Genova per il salvataggio di numerose persone compromesse con la ribellione contro il governo di Torino. Più tardi arrivò il vascello francese Inflessible accompagnato dalla nave a vapore, anch’essa francese, Liamone. Infine si presentò il piccolo “pacchetto” da guerra sardo il Giulio II. Secondo alcune fonti non confermate in rada davanti a Livorno in quei giorni vi sarebbe stata anche la fregata austriaca Minerva. Non risulta invece la presenza di alcuna nave napoletana. Una divisione navale sarda giunse in ritardo quando tutto si era ormai avviato alla conclusione.

Conquistata Pisa, il 10 maggio l’esercito austriaco arrivò alle porte di Livorno forte di 50 cannoni e di un esercito superiore di circa 10 volte al numero degli insorti. Alla difesa della città parteciparono Andrea Sgarallino, Enrico Bartelloni, il colonnello francese De Serre e il maggiore lucchese Ghilardi. Per far fronte all’assedio austriaco furono costruite barricate in quella che sarebbe stata la futura via Solferino (dove si stabilì Sgarallino), in via Palestro (dove si organizzarono i volontari) e nella piazza San Marco, a ridosso delle Mura Leopoldine. Dal Forte San Pietro e dalla Fortezza Nuova vennero organizzate delle bande di difensori, ai quali si aggiunsero gli uomini del Bartelloni.

La difesa di Livorno al Forte San Pietro

Livorno fu assediata lungo tutto il suo perimetro. Dal lato mare era chiusa dalle navi sulle quali c’erano complessivamente oltre 2.500 uomini ed un numero di cannoni superiore di gran lunga a quelli di cui disponeva il corpo d’armata del generale d’Aspre. Si trattava però di un assedio assai diverso da quello terrestre, tuttavia non del tutto passivo. Una imbarcazione di una delle navi inglesi ingiunse infatti alla batteria di tre cannoni che si trovava alla base del Marzocco, al comando del capitano Giuseppe Manini, di sospendere il fuoco. Il Manini protestò vivacemente chiedendo all’ufficiale inglese che comandava l’imbarcazione con quale diritto un ammiraglio della Regina Vittoria si permettesse di privare i livornesi del diritto a difendersi, ma per tutta risposta aveva ricevuto di nuovo la richiesta di lasciare la postazione. In caso di disobbedienza sarebbero intervenute le navi. Di conseguenza il Manini aveva dovuto cedere. A parte questo episodio, analogo a quello avvenuto a Genova, le altre navi da guerra non esercitarono alcuna minaccia. Ebbero un ruolo soprattutto di sostegno nei riguardi dell’azione dei consoli accreditati in città, di difesa degli interessi nazionali, di protezione delle rispettive navi mercantili e, secondariamente, di salvaguardia dei cittadini livornesi che si trovarono in difficoltà a seguito dell’occupazione austriaca la quale, come noto, non mancò di esercitare tutta la severità possibile tradotta spesso in giustizia sommaria nella città dichiarata in stato d’assedio. Va rilevato che malgrado le presenze navali anche nei giorni 10 ed 11 navi mercantili di ogni bandiera poterono lasciare il porto di Livorno indisturbate.(2)

“old ironside” USS. Constitution

Il console americano Giuseppe Binda, che poteva contare sulla presenza in porto di due navi, la fregata Constitution e lo sloop a vapore Princeton, dipendenti dal commodoro Charles Morgan, si adoperò anch’egli per porre in salvo cittadini americani e livornesi. Già nel corso del 1848, in accordo con il precedente commodoro, George Read, il console Usa aveva fatto intervenire a Livorno nei momenti di maggiore anarchia alcune navi statunitensi. I primi di agosto era giunta a Livorno per proteggere gli interessi commerciali la fregata Princeton. Nel settembre dello stesso anno una nave da guerra americana aveva scortato fino a Livorno il vapore toscano Giglio che tornava da Tolone carico di fucili. Nell’ottobre, sempre del 1848, le navi da guerra Princeton e Janet erano state messe in stato di allarme alla Spezia per intervenite a Livorno. In quel periodo il Binda scrisse al nuovo comandante della squadra navale statunitense commodoro Nolton augurandosi di vedere sovente navi americane nel porto labronico. Un corrispondente del giornale Daily Tribune di New York che era arrivato a Livorno il 20 febbraio 1849 aveva scritto di avere visto la piazza principale piena di gente con al centro un albero della libertà e aveva raccontato che il popolo era corso sotto la casa del console Binda chiamandolo alla finestra e che il console affacciatosi aveva detto che gli Stati Uniti non erano soliti intervenire negli affari interni delle nazioni e che riconoscevano i governi de facto quali governi de jure. Aveva però aggiunto che gli americani erano favorevoli al nuovo ordine di cose, ma volevano che ciascun popolo potesse determinare da solo la propria volontà.

Il salvataggio dei patrioti Livornesi

Qualche episodio di ciò che avvenne subito dopo l’attacco austriaco a Livorno del 10 maggio 1849, riguardante gli statunitensi a Livorno, è riferito dal quotidiano Herald di New York in data 16 giugno. Nel giornale si riporta che le navi americane che si trovavano davanti al porto di Livorno nei giorni critici di metà maggio decisero di salvare molti dei fuggiaschi che avevano combattuto contro gli austriaci e cita due episodi. Il 12 maggio quando in città regnava ancora confusione e tensione un marinaio del brigantino mercantile americano Lamartine che era a terra, vedendo che gli austriaci stavano per arrestare un gruppo di livornesi, si precipitò e accoltellò due soldati e venne a sua volta ucciso a fucilate. In un’altra occasione gli americani picchiarono un soldato austriaco perché aveva offeso il dottore di una loro nave. Il giornale riferisce che ciò era avvenuto perché i soldati austriaci avevano in antipatia gli americani in quanto avevano salvato molti livornesi tanto che era stato detto loro di insultarli tutte le volte che scendevano a terra.

Circa gli ordini impartiti alle navi americane in Mediterraneo può essere illuminante un articolo uscito sul New York Weekly Sun di quei giorni nel quale era scritto che l’Italia doveva essere considerata in quel momento teatro di una lotta tra dispotismo e libertà e che mostrare la bandiera e i cannoni in Mediterraneo attraverso la presenza di una flotta americana avrebbe procurato benefici e avrebbe consentito di lavorare per l’indipendenza italiana. In verità il nuovo commodoro americano William Bolton aveva ordine di impiegare le navi dove necessario nei vari porti italiani solo per sostenere i cittadini americani in difficoltà a causa di gravi disordini o di guerre locali. Doveva però mantenere un certo distacco dagli avvenimenti non prendendo parte né per i governanti locali né per i rivoltosi. L’applicazione di questa direttiva era rigorosamente pretesa.

Il Papa Pio IX a bordo della Constitution

Subito dopo i fatti di Livorno, la  Constitution visitò il porto di  Gaeta. In quella occasione il comandante della nave John Gwinn ricevette a bordo con tutti gli onori il Papa e Ferdinando II, quest’ultimo considerato negli Stati Uniti un vero e proprio “despota”. Era la prima volta che un Pontefice calpestava il territorio americano e ciò non si ripeterà più fino al viaggio negli Stati Uniti di Paolo VI nel 1965. Quando la notizia giunse al commodoro Morgan, che aveva sostituito Bolton morto di malattia nel febbraio 1849, questi valutò che il comandante Gwinn avesse disobbedito agli ordini e per punirlo propose a Whashington di allontanare la nave dal Mediterraneo e di aggregarla alla squadra americana dislocata in Brasile. Il provvedimento non trovò poi attuazione solo perché anche il comandante Gwinn nel frattempo morì a Messina a bordo della sua nave il 4 settembre 1849.

Epilogo della rivolta

Malgrado l’estrema resistenza, alle 10:30 del 11 Maggio i la città fu completamente occupata dalle truppe del d’Aspre, che invasero caserme e fortilizi.

La città fu saccheggiata dagli austriaci, che intanto uccisero coloro che ancora stavano opponendo resistenza. Le perdite tra i difensori della città furono, secondo lo storico Piombanti, circa 90,ma le fonti sono discordanti.

Bartelloni stesso, per non fuggire, insultò una guardia, venne riconosciuto e fucilato. Altre esecuzioni, senza processo, si tennero al Lazzaretto di San Jacopo. Dopo una settimana di saccheggi, il d’Aspre fece sospendere il sacco e chiese il pagamento di 400.000 fiorini. Poi riprese il cammino verso Roma.

Alcuni decenni dopo i resti dei livornesi fucilati dagli austriaci furono trasferiti nel cimitero comunale dei Lupi e fu dato incarico a Lorenzo Gori di scolpire un monumento commemorativo. Nel 1889 alcune lapidi in memoria dei combattenti livornesi furono poste all’esterno della Porta San Marco.

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Sapere che questa nave così famosa ha testimoniato questi fatti lontani ma così importanti per la storia del nostro paese, potrebbe diventare un motivo in più per programmare una visita alla nave a Boston

 

 

 

 

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