Motonave Francesco Morosini

Motonave Francesco Morosini

Un mio amico dei tempi del militare, consegnadomi un vecchio depliant dell’Adriatica Line di Venezia  e commissionandomi un piccolo ritratto della nave, mi ha raccontato la storia di questa nave:

Le due vite dalle Motonave F. Morosini

Costruita nello Stabilimento Tecnico Triestino per la Società Costiera di Fiume ed ultimata nell’ottobre 1928, l’unità era originariamente una motonave passeggeri da 2423  tonnellate di stazza lorda e 1061 tonnellate di stazza netta. Una singola stiva della capienza di 484 metri cubi permetteva unaportata lorda di 1080 tonnellate, mentre nelle cabine potevano trovare posto in tutto 155 passeggeri. Duemotori diesel FIAT della potenza di 2100 HP, consumando 12 tonnellate dicarburante al giorno, azionavano due eliche, permettendo una velocità di 15-17 nodi (per altre fonti 14).

Iscritta con matricola 223 al Compartimento marittimo di Venezia, la nave apparteneva alla Società Costiera di Fiume, poi confluita, il 4 aprile 1932, nella Compagnia Adriatica di Navigazione, che il 1º gennaio 1937 cambiò nome in Adriatica Società Anonima di Navigazione, con sede a Venezia.

Utilizzata sulle linee 41 A e 41 B Venezia-Trieste-Zara-Gravosa, nel 1939 la Morosini venne trasferita sulla linea 42, che univa l’Italia all’Albania.

Da Venezia a Sebenico

Da Sebenico a Cattaro 

Acquerello originale di Sandro Feruglio – Foglio d’album

In sosta a Venezia dal 12 al 25 giugno 1940, poco dopo l’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale, la motonave venne sottoposta a lavori di trasformazione e requisita dalla Regia Marina a Venezia il 26 giugno 1940, iscritta in pari data nel ruolo del Naviglio ausiliario dello Stato con matricola D 12, classificata come incrociatore ausiliario. Armata con due cannoni da 120/45 mm ed altrettantemitragliere da 20/65 mm, l’unità venne adibita a compiti di scorta convogli.

Tra il 19 luglio ed il 4 settembre 1943, mentre si faceva sempre più probabile uno sbarco angloamericano sulle coste italiane, ilMorosini, insieme all’incrociatore ausiliario Barletta ed agli incrociatori leggeri Luigi Cadona e Scipione Africano, partecipò allaposa di 11 campi minati, per un totale di 1591 mine, nel Golfo di Taranto.

 

Alla proclamazione dell’armistizio il Morosini si trovava al Pireo. L’incrociatore ausiliario e le altre navi italiane presenti (cacciatorpediniere Crispi e Turbine e torpediniere Calatafimi e San Martino), come d’uso, erano ormeggiate in punti diversi del porto, per ridurre i danni in caso di attacco aereo. Le navi vennero lasciate sostanzialmente senza ordini, mentre nelle ore successive all’annuncio il posamine tedesco Drache posò un campo minato fuori del porto, e le batterie costiere tedesche si preparavano a fare fuoco se qualche nave italiana avesse cercato di partire. Il 9 settembre 1943 il Morosini, al pari delle altre navi italiane presenti al Pireo, venne quindi catturato dalle truppe tedesche.

L’equipaggio, sbarcato il giorno stesso, venne deportato nei campi di prigionia in Germania, tra cui quello di Laura, distaccamento di Buchenwald, dove gli uomini del Morosini giunsero il 16 ottobre 1943 e rimasero sino alla liberazione nel 1945. In tale periodo si registrarono delle vittime a causa delle pessime condizioni del campo, i cui internati dovevano lavorare continuamente e con ogni condizione meteorologica, del clima rigido e della mancanza di assistenza medica.

Il Morosini, incorporato nella Kriegsmarine, entrò in servizio per tale forza armata il 18 settembre 1943, con il nuovo nome diZeus. Sotto bandiera tedesca lo Zeus venne utilizzato come posamine a partire dal 1944, venendo tuttavia impiegato anche per i collegamenti tra le isole della Grecia.

La scena dell’attacco del sommergibile inglese in un mio acquerello ( foglio d’album)

Alle 10.33 del 2 ottobre 1944 il posamine, in navigazione circa 6 miglia a sud/sudest di Capo Cassandra insieme alla torpediniera TA 37 (già italiana Gladio), venne infruttuosamente attaccato con il lancio di tre siluri dal sommergibile  inglese HMS Unswerving.

Nella notte tra il 6 ed il 7 ottobre 1944 lo Zeus, in navigazione nel Golfo di Salonicco con a bordo 1125 militari tedeschi che stava evacuando dal Pireo e scortato dalla torpediniera TA 37, dal cacciasommergibiliUJ 2012 e dal piccolo avviso GK 32, venne attaccato, tra mezzanotte e l’una del 7 ottobre, poco dopo aver oltrepassato l’imbocco del golfo, dai cacciatorpediniere britannici Termagant e Tuscan: il posamine fu l’unica unità a sottrarsi alla distruzione, mentre le altre tre navi vennero affondate dal violento fuoco d’artiglieria dei cacciatorpediniere inglesi.

Secondo alcune fonti, nella terza decade dell’ottobre 1944 (a seconda delle fonti il 21, il 28 od il 30 ottobre) lo Zeus venne autoaffondato a Salonicco, onde ostruire quel porto. Altre fonti danno invece la nave come affondata nellabaia di Salonicco, il 30 ottobre 1944, da bombe sganciate da aerei britannici.

Recuperato nel 1952, il relitto della Morosini venne avviato alla demolizione.

( FONTE WIKIPEDIA)

Fin qui la storia della nave.

Pubblico ora due spigolature , il ricordo del mio amico e più sotto il ricordo di un profugo dalmata, che in qualche modo contribuisce a restituirci una testimonianza condivisibile con quella del mio amico.

La testimonianza del mio  amico Sergio Laganà

“Rovistando con passione tra i libri di un mercatino ho trovato anni fa un vecchio depliant della “Compagnia Adriatica di Navigazione” di Venezia. Risaliva agli anni 30 ed illustrava le rotte percorse dalle sue navi lungo le coste dell’Istria e della Dalmazia toccando vari porti della costa orientale dell’Adriatico. In apertura del depliant due fotografie in bianco e nero a piena pagina di due delle unità della Compagnia impiegate su quella rotta.

Da anni cercavo quella piccola pubblicazione e finalmente, con orgoglio di bibliofilo, potevo annoverarla tra i piccoli tesori della mia biblioteca. La passione per quella pubblicazione derivava dalle origini dalmate di mia madre, italiana dell’isola di Lissa, nel centro dell’Adriatico: in tre belle carte a colori vi sono illustrate in maniera pittorica le coste dell’Adriatico da Venezia a Corfù.

Al centro  spicca l’isola di Lissa  famosa come centro di commerci ed approdo sicuro oltre che per il suo vino sin dai tempi degli antichi greci, e per noi italiani tristemente famosa per la sfortunata battaglia navale che si svolse nelle sue acque il 20 luglio del 1866 durante la 3^ Guerra di Indipendenza. La famiglia di mia madre risiedeva da lunghissimo tempo in Dalmazia e dal ‘700 sull’isola custodendo gelosamente le proprie origini veneziane e l’uso della lingua italiana, addolcita dalla cadenza veneto-dalmata. I suoi componenti avevano rivestito sino alla caduta dell’Impero Asburgico alti incarichi statali e politici in particolare anche dopo l’istituzione del “Regno di Dalmazia” che aveva una sua autonomia pur essendo governato dall’Imperatore d’Austria e parte integrante dello stesso Impero a similitudine del Regno di Ungheria.

La storia della Dalmazia è complessa e  travagliata come quella di tutti i Balcani. Per venire agli anni 30 la Dalmazia era la fascia costiera del regno di Jugoslavia, istituito al termine della 1^ guerra Mondiale, che comprendeva i territori di quella che poi sarà la Repubblica Federale di Jugoslavia, ad eccezione dell’Istria, Fiume e l’enclave della città di Zara più a sud.

Molto si ricordano le angherie perpetrate dal regime italiano di quegli anni contro le popolazioni di etnia slava residenti in Istria, mai si ricordano le angherie subite nello stesso periodo dagli italiani residenti in Dalmazia da parte del  regime serbo-croato del Regno di Jugoslavia, sfociate poi, caduti i regni e cambiati i regimi, nelle tragedie delle foibe e dell’esodo degli italiani.

Tra i tanti disagi imposti agli italiani di Dalmazia c’era anche quello riguardante le scuole in lingua italiana: non era autorizzata la loro istituzione ufficiale. Nei luoghi dove le comunità italiane erano appena più fiorenti potevano sorgere scuole elementari private; per le scuole medie e superiori i ragazzi italiani dovevano andare a studiare in territorio italiano e passare quindi tutto il periodo scolastico lontano da casa. Questa è stata la sorte anche di mia madre, nata nel 1923, e delle sue sorelle e fratello: scuole elementari presso la scuola privata istituita sull’isola di Lesina, scuole medie e superiori nel territorio italiano più vicino, la città di Zara. A Lesina passava l’inverno ospite di amici di famiglia, a Zara nel collegio di “San Demetrio”. A Zara c’era anche un convitto per ragazzi il “Nicolò Tommaseo” e così la città ospitava tutti gli studenti italiani sparsi per la Dalmazia.

Quando ho fatto vedere a mia madre il depliant dell’ ”Adriatica” ha guardato la foto di una delle due navi e con la sua voce sempre pacata anche nei momenti di emozione ha detto “ma questa è la Morosini! Prendevo questa nave per andare a scuola a Zara”. Ha continuato a guardare quella fotografia per un po’, poi con uno dei suoi gesti delicati mi ha restituito il depliant.

La storia di mia madre è continuata, dopo il diploma al “San Demetrio”, in maniera drammatica sino alla fuga da Lissa , l’arrivo in Italia ed il matrimonio con mio padre.

La “Motonave Morosini”, militarizzata dalla Regia Marina Italiana durante la guerra, poi sequestrata nel settembre del ‘43 dalla Marina Tedesca fu affondata ad ottobre del 1944 all’imboccatura del porto di Salonicco.

Per ricordare il rapporto tra mia madre e la nave ho pregato Alessandro di dipingere un ritratto della vecchia “Morosini”, che “ pericolava so e zo” per l’Adriatico facendo anche da scuolabus per tanti ragazzi italiani che partivano da casa ad ottobre con una lacrima e tornavano a giugno col sorriso delle vacanze. Di seguito il ricordo di uno di quei ragazzi che hanno sacrificato la loro gioventù lontano dalla famiglia solo per essere italiani.

Ed ecco una parte della testimonianza di Luigi Miotto , apparsa un paio d’anni fa sulla “Nuova Voce Giuliana”

Quella motonave chiamata Morosini

Adesso la madre chiudeva la valigia del figlio, dopo aver controllato, per l’ultima volta, il corredo richiesto dal Collegio.

“Materasso 1; lenzuola in grandezza normale 6; federe per cuscini m 0,70 per 0,50 n. 4; asciugamani 6; una coperta di lana e una imbottita; tovaglia da tavola lunga m 3 e larga m 1,20; tovaglioli 4; camicie bianche 6; colletti 12; polsini paia 4; camicie da notte 3; maglie o camicie di fl anella 2; mutande 4; fazzoletti 18; calze paia 15; scarpe paia 2; ombrello nero; pettine rado e pettine fisso; spazzola da testa; spazzolino da denti; spazzola e spazzolino da scarpe; spazzola da panni; pantofole per la notte; borsa colorata di pelle per riporre la biancheria”.

“Ve’ ve’ una nube biancastra che si distende sulle onde, sembra il fumo di una cannonata in bonaccia. Pilota! Guarda non fosse un foriero di procella. Ma il conto non falla… quarantasette miglia da Lussino, la nube si trasforma in baluardi, in piattaforme, in case, in campanili… eccoci le sue murate per undici tra bastioni e mezzi bastioni, con ben regolato congiungimento di cortine che la chiudono e la rendono città murata” (M. de Casotti) ed era, quella, la città dalmata, di Zara, che nel 1868 venne dichiarata “piazza non più fortificata”, perché le sue mura diventassero adesso un singolare luogo di passeggio cittadino, ombreggiato da ippocastani e da acacie che stormivano, nella notte, con le parole degli innamorati.

 

Era una motonave, la Francesco Morosini, che sbarcava quel ragazzo, con la sua valigia, nel porto della città conosciuta per i profumati e inebrianti distillati della marasca e per il suo Collegio- Convitto “Niccolò Tommaseo”, dove i giovani italiani della Dalmazia potevano proseguire nei loro studi superiori, classici e tecnici. Quel Collegio-Convitto aveva, nel suo Regolamento, “per iscopo di fornire ai giovanetti una seria educazione morale, intellettuale e fisica, atta a renderli cittadini virtuosi ed assennati”. Qui “i giovanetti, circondati dall’affetto e dalle cure assidue dei superiori sentiranno  “lieve il distacco dalla famiglia”. Qui gli Istitutori segnaleranno al Censore

“gli schifiltosi ed i malcontenti” (art. 62) e “rispondendo recisamente avvezzeranno i giovani a tenersi paghi alla prima risposta ed eviteranno le inutili e pericolose ripetizioni” (art. 63).

Quella motonave da molti anni giace ormai nel buio e nel silenzio del fondale marino. Da un oblò infranto, una murena si snoda lentamente, un polpo striscia lungo contorte lamiere. Da quando si è spento anche l’ultimo fanale di bordo, azzerati i manometri delle caldaie, immobili gli stantuffi e le bielle, la nave è un relitto sopraffatto da alghe, spugne, coralli.

Eppure, quella nave, io continuo a sognarla: la scaletta di imbarco, “la pasarèla”, non è stata ancora levata, il capitano si sporge dal ponte di comando, nella sala macchine si attendono gli ordini, lungo il molo i facchini sono pronti a mollare gli ormeggi.

Sempre più impaziente, io continuo a consultare gli orari delle Società adriatiche di navigazione, cercando invano di trovare il giorno e l’ora di quella partenza… Perché solamente quella motonave,

la Francesco Morosini, potrebbe riportarmi ancora in Dalmazia. Ma quella nave non esiste più, relitto sopraffatto da alghe, spugne, coralli. E, allora, anche la mia Dalmazia, la Dalmazia della mia giovinezza, non esiste più. Perché non ci sono solamente navi ma anche terre e isole che affondano, che scompaiono dall’orizzonte, per erosione, sommovimenti tellurici e anche per l’opera stessa dell’uomo.

 

Acquerello cM 30X40 ( circa)  n. di catalogo 162 del 28.01.2013

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4 Comments

  1. Sergio Laganà

    come sempre Alessandro supera se stesso per la sua arte e per la sua sensibilità

  2. narciso detoni da ragusa

    contento di aver per caso letto notizie del mio compagno di liceo di zara Luigi Miotto spalatino ma dispiaciuto della brutta sorte toccata alla morosini con la quale anch’io viaggiavo da ragusa .Cordiali saluti
    anche al miotto.

  3. Eric Boi

    Ciao io sono Eric Deloro, di Argentina, cerco informazioni mio nonno Leopoldo Boi capitano naval, sono in viaggio sulla nave Conte Grande nel 1947 e barca Francesco Morosini nel 1925. Naturalmente, la ringrazio molto, un abbraccio a distanza.

  4. Vincenzo

    Allora erano due le navi? Nel 43 la nave f.m. Portò un mio parente in Uruguay, ho una foto cartolina dove c’è scritto francesco morosini – Napoli 1943

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