Il Navicello

Il Navicello

Il Navicello è stato per secoli l’imbarcazione da lavoro più tipica e più rappresentativa dell’alto Tirreno e in particolar modo della Toscana. Veniva usato per il trasporto del marmo partendo dallo scalo di Massa e Carrara, nato inizialmente con pontili in legno che dalla spiaggia si protendevano in mare per l'attracco, e anche per trasportare il materiale ferroso dell'Elba che, dopo una prima lavorazione sulla costa maremmana, veniva avviato con i “navicelli” fino a Bocca d'Arno e da qui portato sull'Appennino Pistoiese.

Un gruppo di Navicelli, che sono riconoscibili dall’albero di trinchetto inclinato, alla fonda

Questi bastimenti, quasi sempre di piccole dimensioni con una stazza lorda inferiore alle 50 t portavano due alberi, uno di maestra, verticale al centro, e uno di trinchetta decisamente inclinato in avanti. La lunghezza tipica del navicello variava tra i 16 e i 20 metri e la formula per la costruzione seguiva il rapporto “uno, per due, per tre”, cioè un’unità di altezza (puntale) per tre dava la misura della larghezza della nave, larghezza che, a sua volta, moltiplicata per tre dava la lunghezza dello scafo.Le dimensioni degli scafi nella tradizione nautica risalgono ad un’epoca antica, ma lo sviluppo dei navicelli ha senza dubbio avuto luogo nei cantieri della Toscana.

Piano velico del Navicello Viareggino, disegnato dal Capitano di Gran Cabotaggio Raffaello Martinelli

L'origine della parola navicello può essere ricondotta all’espressione latina “ad naviculam”, che nel Medioevo indicava l’accesso al canale principale delle città d’acqua. C’è un diretto collegamento fra l’imbarcazione e il canale navigabile detto “dei Navicelli” che univa la città di Pisa al Porto di Livorno, e Aldo Manunzio il Giovane nella sua cinquecentesca “Vita di Cosimo dei Medici” scriveva che“… avendo fatto [Cosimo I] da Livorno in fino a Pisa tirare un fosso per lo quale potessero in piccioli vascelli esser navigate le mercanzie a quella città venite già per mare in fino al porto di Livorno in legni grandi…”.La denominazione navicello e una linea di carena piuttosto piatta sembrerebbero confermare un tipo d’imbarcazione adatta a navigare in acque interne, ma l’attrezzatura velica fanno decisamente pensare ad una imbarcazione prevalentemente marina con un fondo della stiva piatto, funzionale al trasporto di blocchi o lastre di marmo.

Navicello ligure attrezzato con un alberetto di mezzana e vela latina

Queste imbarcazioni erano munite di tutte le manovre proprie dei velieri di rango, tuttavia si può pensare che le vele nel canale venivano occasionalmente usate per risalire la corrente prevalentemente a scafo vuoto, dove in risalita l’apporto del vento risultava prezioso.

Un buon numero di navicelli aveva una poppa rotonda paragonabile a quella di grandi velieri e il passaggio dalla vela latina a quella aurica ha portato notevoli vantaggi alla sua manovrabilità. Con tempo buono, sopra al trinchetto, si poteva spiegare una piccola vela triangolare, alzata al pomo di maestra, murata in testa d’albero di trinchetto con l’uccellina bordata direttamente in coperta. A prora, lungo il bastone di fiocco, il navicello portava il cosiddetto “polaccone”. Con le vele spiegate, le forme davanti più rigonfiate che dietro, unitamente a una differenza di bordo libero tra una prua elevata e una poppa più bassa, a Viareggio si diceva che erano “gallottati”; cioè si levavano sull’acqua come un gallo che canta.

Navicello completamente invelato in calma di vento.

Con vento favorevole queste imbarcazioni potevano viaggiare a pieno carico ad una velocità di 8 nodi.
L’equipaggio era composto da quattro, massimo cinque uomini compreso il mozzo. Il comandante risiedeva a poppa, in locali che avevano anche la funzione di sala nautica, di ufficio e di cambusa. I marinai nel quartiere di prora, dove alloggiavano in cuccette ricavate sopra il pozzo delle catene, in cui erano conservate anche le vele di rispetto. Il loro materasso era uno “strapuntino” riempito con foglie di granoturco. Misero il loro corredo, contenuto in un fazzoletto di ottanta centimetri di lato detto “fagotto”: ”un maglione di lana (e calzettoni se anziani), due o tre cambi di camicie, pantaloni, panciotto e fazzoletti”.

Navicello Viareggino che procede con velatura ridotta sotto una burrasca da libeccio.

A bordo il cibo era costituito da gallette, riso, stoccafisso, baccalà, ceci e salsicce cucinati su una cucina ricavata da una latta da 10 litri solitamente usata per contenere olio, con sopra applicato un fornello di ghisa da casa e alimentata a carbone. Possiamo supporre che prima della specializzazione nel trasporto del marmo delle Alpi Apuane i navicelli abbiano percorso le normali rotte del piccolo cabotaggio nel Tirreno, ma con sicurezza possiamo dire che il trasporto dei marmi ha limitato le rotte dei navicelli lungo un asse che va da Roma alla Francia.